Quei piedi sporchi che fecero scandalo          
 
di Luca Frigerio

« Fece una Madonna di Loreto ritratta dal naturale con due pellegrini, uno co' piedi fangosi, e l'altra con una cuffia sdrucita e sudicia: e per queste leggierezze da popolani ne fu fatto estremo schiamazzo ». Schiamazzo, cioè baccano, chiasso, strepito, gridio. Ed estremo, per di più. A dare retta a Giovanni Baglione, naturalmente. Che amico del Caravaggio proprio non lo si poteva dire... Eppure nella tela di Michelangelo Merisi tutto è silenzio, contemplazione, estasi, benedizione. Un uomo e una donna s'inginocchiano davanti a Maria e al Bambin Gesù, che si mostrano loro sulla soglia di una casa. I due pellegrini sembrano stanchi, provati dalla vita, forse, più che dal cammino che li ha condotti fino a quello straordinario incontro: i loro abiti sono dimessi, sporchi di terra e di sudore; i piedi gonfi, callosi e incrostati di fango. Ma sui loro volti, davanti a quella mirabile visione, si disegna un sorriso, una gioia trattenuta, eppure incontenibile.

Il marchese Ermete Cavalletti, di origine bolognese, morì il 21 luglio 1602. Due giorni prima aveva dettato il suo testamento: voleva essere sepolto nella chiesa di Sant'Agostino, a Roma, e per questo imponeva agli eredi di acquistare la prima cappella a sinistra, ornandola come si conviene e ponendo sull'altare un dipinto dedicato alla «Beatissima Maria di Loreto», che avrebbe quindi vegliato in perpetuo sulla sua tomba. L'incarico venne affidato a Caravaggio, forse per espresso desiderio del committente. Certa, invece, è la devozione che il nobiluomo nutriva verso la Santa Casa di Loreto, essendovisi recato in pellegrinaggio anche pochi mesi prima della sua scomparsa. Al punto che, sembra lecito immaginarlo, Michelangelo Merisi non abbia rappresentato in questo suo dipinto due generici, anonimi pellegrini, ma proprio le fattezze del marchese e di sua madre, defunta in precedenza.

Nel quadro, infatti, siamo al crepuscolo, alla fine di una lunga e intensa giornata, e sono gli ultimi raggi di un sole al tramonto a illuminare la scena, o forse già la luce tremula di qualche lanterna. La fine del giorno, il tramonto di una vita. È come se questa coppia, al termine del suo pellegrinaggio terreno, prima di varcare l'oscura, misteriosa soglia dell'Aldilà, umilmente, devotamente, volesse affidarsi alla Vergine e a sua Figlio.

Ancora una volta, così, Caravaggio compie in questa dipinto una sintesi mirabile fra simbolo e realtà, tra sensibilità fisica e sentimento spirituale. Reali sono le rughe sul volto della donna anziana. Reale è la sozzura che macchia le gambe dell'uomo. Dipinte dal vero sono quelle braghe spiegazzate, quella cuffia sdrucita. Autentiche sono le sbrecciature sulla pietra dello stipite, le cadute d'intonaco sulla parete della casa. E reale, concreto, autentico appare dunque anche il miracolo che si compie sotto gli occhi dei due pellegrini, che prodigiosamente vedono materializzarsi l'oggetto stesso della loro devozione: la statua della Vergine e del Bambino, inquadrata nella porta come a ricordare la nicchia in cui era posta, prende vita, rivestendosi di carne e di candida pelle.

L'uomo e la donna hanno l'aria di chi ha percorso un lungo cammino. E ora, giunti alla meta, sono in ginocchio, adoranti. Ma proprio quello stare in piedi della Madonna davanti a loro, quel suo presentarsi all'ingresso della Santa Casa è motivo, per chi guarda, di speranza e sollievo. Perchè Maria va incontro ai suoi figli, li accoglie, china il capo verso di loro. Perfino quell'incrociarsi delle sue gambe, che dà slancio e leggerezza alla sua figura, quasi fosse appena “atterrata” da quel miracoloso volo che ha portato la sua dimora da Nazareth alla costa adriatica, sembra una sorta di elegante riverenza che la Vergine accenna in onore di questi viandanti, ospiti che proprio per la loro umiltà, per la loro povertà, sono i più graditi alla casa di Dio. Maria è sulla porta di quel sacro edificio. Anzi, è come se fosse la porta stessa: lei che, come ricordano le litanie, è chiamata Janua Coeli , Porta del Cielo, perchè col suo assenso, con la sua accettazione totale e incondizionata, ha permesso a Dio di accedere alla vita terrena, facendosi uomo. Porta attraverso la quale il divino è entrato nell'umano, ma anche porta per mezzo della quale l'umano si apre al divino: un concetto assai caro ai Padri della Chiesa. Ma se la Vergine è la Porta del Cielo, tanto più lo è suo Figlio. Cristo stesso, infatti, dice di sè: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo» (Giovanni, 9, 10). Caravaggio - è la dote dei maestri - fa sembrare semplici le soluzioni più studiate e complesse. È talmente naturale, infatti, talmente armonioso il distendersi di questa composizione dall'alto al basso, dal sotto al sopra, che quasi ci sfugge la sua costruzione, come se fosse cosa scontata. Tutto si gioca, invece, su quella diagonale che, partendo dalla testolina del Bambino, in alto a sinistra, scende attraverso le sue membra per raggiungere le mani e il volto dell'uomo, ne attraversa il corpo fino all'alluce del piede che si trova nell'angolo opposto, in basso a destra. E lo stesso, come un'eco, si ripete lì accanto, in quello sguardo fra donne, i cui volti sono i più illuminati della scena. La coppia divina e la coppia umana. La Madre e il Figlio ad accogliere nella vita eterna un figlio e una madre che hanno concluso la loro esistenza terrena. La nuova Eva e il nuovo Adamo pronti a riammettere, a far entrare l'umanità in quell'Eden da cui i nostri progenitori erano stati cacciati.
 
 
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